Articolo di Enrico Zoi per la rubrica “Anniversari” . – È bello sapere che è da cento anni che il mondo è insieme a Ugo Tognazzi. Sì perché il grande attore nasce a Cremona – bellissima città –  il 23 marzo del 1922 ed è quindi un secolo – che ci fa compagnia. Con la sua arte interpretativa, con la sua ironia, con la sua fantasia e con la sua cucina.

 

 

 

 

Tognazzi cuoco al cinema

Il suo amore per la buona tavola non era solo un fatto di palato o di fame. Tognazzi amava cucinare per tutti. È noto come confessasse di vestire volentieri i panni del cuoco quale surrogato dell’allattamento che, in quanto uomo, non poteva offrire ai suoi figli.

Radici profonde, quindi, per il lato enogastronomico dell’attore, confermato anche dal fatto che colui che, nel capolavoro di Marco Ferreri La grande abbuffata (1973) impersonava il proprietario del ristorante “Le Biscuit à Soupe” (e grande chef) Ugo, coltivava anche un orto, la vite, gli olivi e adorava l’aroma dell’olio extravergine di oliva appena franto.

Un’esperienza sensoriale la cucina, per lui, nella realtà. Nella finzione del grande schermo, tale passione culinaria fu espressa, con tutte le sue implicazioni anche psicologiche ed esistenziali. Fu proprio da Ferreri in questo film nel personaggio del “raffinato cuoco […], l’inventore e l’esecutore di forme gastronomiche elegantemente vistose come bellezza e perfezione esteriore, come inganno e trucco […].  E tutto il tutto che  si erotizza con le forme della sua fantasia apparse nell’eleganza irresistibile dei piatti proposti”, come sapientemente spiega Maurizio Grande nel suo ‘Castoro Cinema’ dedicato al regista milanese.

Tognazzi cuoco vero

Ma a spiegare che cosa sia la cucina non per l’Ugo costruito da Ferreri, ma per quello reale, è lo stesso attore cremonese dalle pagine del sito Ugotognazzi.com.

Leggiamo: “Nella mia casa di Velletri c’è un enorme frigorifero che sfugge alle regole della società dei consumi. Non è un ‘philcone’, uno spettacolare frigorifero panciuto color bianco polare. È di legno, e occupa una intera parete della grande cucina. Dalle quattro finestrelle si può spiarne l’interno, e bearsi della vista degli insaccati, dei formaggi, dei vitelli, dei quarti di manzo che pendono, maestosi, dai lucidi ganci. Questo frigorifero è la mia cappella di famiglia.

Capita che ogni tanto, di mattina, mia moglie mi sorprenda inginocchiato davanti a questo feticcio, a questo totem dell’umana avventura. Me ne sto lì, raccolto in contemplazione, in attesa d’una ispirazione per il pranzo… Questa immagine, indubbiamente paradossale, può darvi una idea di quanto ascetico sia il mio attaccamento ai prosaici piaceri della tavola, e quindi della vita; e di come, in fondo, io sia da considerare un martire del focolare, anche se sulle braci roventi, in genere, non amo disporre la mia persona ma, sia pur con infinita cura, bracioline di vitellino da latte.

Ho la cucina nel sangue. Il quale, penso, comprenderà senz’altro globuli rossi e globuli bianchi, ma nel mio caso anche una discreta percentuale di salsa di pomodoro. Io ho il vizio del fornello. Sono malato di spaghettite. Per me Ia cucina è la stanza più shocking della casa. Nessuno più di me capì l’ermetismo di Quasimodo: per una oliva pallida io posso realmente delirare. Conosco le entrate di servizio e i cuochi dei migliori ristoranti d’Europa.

L’attore? A volte mi sembra di farlo per hobby. Mangiare no: io mangio per vivere. E mi sento vivo davanti a un tegame. L’olio che soffrigge è una musica per le mie orecchie. Il profumo di un buon ragù l’adopererei anche come dopobarba. Un piatto di fettuccine intrecciate o una oblunga forma d’arrosto, per me sono sculture vitali, degne d’un Moore. Dopo aver preparato una cena, la mia più grande soddisfazione è l’approvazione degli amici commensali. E in questo, tutto sommato, non faccio che ripetere ciò che mi accadeva a teatro e che ora, col cinema, mi viene a mancare: il contatto diretto col pubblico.

In questo mio rapporto d’amore con la cucina non ho né mediazioni né prescrizioni: io sono il creatore della scena e il suo esecutore, il demiurgo che trasforma le inerti parole d’una ricetta in una saporita e colorata realtà, armonizzando e proporzionando gli ingredienti, percependo, anche emotivamente, il giusto punto di cottura, partecipando visceralmente alla frittura delle patatine, soffrendo con l’aglio dentro l’olio bollente, estasiandomi di soffritto, beandomi d’ ogni sugo, perdendomi fra gli aromi e gli odori, amando una fogliolina di basilico appena colta, immolata sui fumanti maccheroncini al pomodoro.

La mia è una cucina d’arte. La soffro come pochi. Ed è per questo che do un’importanza fondamentale anche alla scenografia che l’accompagna, all’atmosfera che la circonda, a tutto quel flusso di sensazioni piacevoli che ti provengono dalla memoria o dall’ambiente, e che investono prepotentemente il piatto che hai davanti, arricchendolo di antichi e nuovissimi significati. Come a Proust ogni oggetto sussurrava ricordi lontani e sepolti, così a me ogni cibo rammenta tempi perduti o ritrovati. E la gallina bollita, per esempio, mi fa riandare alla nonna, alle domeniche di Cremona, alla mostarda; e i lamponi freschi mi ricordano lontane e rare villeggiature in montagna coi miei genitori.

hostaria

 

Ingordigia, golosità: parole sciocche, dettate dalla morale corrente punitiva e masochista. Ognuno è libero di fare la sua scelta, anche di morire gonfio di foie grasso stremato dagli amplessi. Disoccultiamo queste due sane, grandi e materialistiche passioni, per troppo tempo tenute nel ghetto della peccaminosità. Riesumiamo quella morale epicurea della gioia, della vita, che fece grande la romanità e il Rinascimento; riavviciniamoci con partecipazione al flusso ininterrotto e secolare della bava, dello sperma e della merda; recuperiamo, nel caso del cibo in particolare, una dimensione che si sta sempre più disfacendo, assediata com’è dalle schiere dei liofilizzati, dei surgelati, degli inscatolati. Una volta c’era una nonna, una mamma, una campagna, un orto. Ricreiamoli. Dipende da noi”.

Perdonerete la lunga citazione. È difficile non ubriacarsi di fronte a una prosa che è sapore, aroma, profumo, gusto, e la dice lunga sul rapporto viscerale di Ugo Tognazzi con il cibo: non fame, non ingordigia, non abbuffata (non ce ne voglia Ferreri!), questa prosa è ciclo della vita, amore, felicità, bellezza, erotismo (in questo siamo ‘ferreriani’!). Non c’è che lasciarsi trasportare, come dalle pagine della Recherche di Marcel Proust, peraltro citata dall’attore.

Satyricon

Tognazzi e il cibo al cinema

Nella sterminata filmografia tognazziana, tra i film in qualche modo ‘enogastronomici’, non c’è solo La grande abbuffata. Vagando random al suo interno e chiedendo preventivamente scusa per qualche inevitabile omissione, ricordiamo l’attore nel ruolo di Trimalcione (e non ci dilunghiamo su una delle più celebri cene della letteratura mondiale e del cinema) nel film Satyricon (1969), di Gian Luigi Polidoro, tratto dall’omonimo romanzo latino di Petronio Arbitro.

Del 1989 è il film Tolerance, di Pierre-Henry Salfati. Tognazzi vi interpretava il gastronomo edonista Marmont, marito della protagonista e raffinato cuoco attivo durante la Rivoluzione francese.

Stessa sorte professionale gli era capitata nel 1978 nel famosissimo Il vizietto, diretto da Édouard Molinaro, in cui la coppia omosessuale Renato (Ugo Tognazzi) e Albin (Michel Serrault) gestisce un locale a Saint-Tropez, “La Cage aux folles”.

Intorno a un pranzo verte anche Sua eccellenza si fermò a mangiare, di Mario Mattoli, del 1961, in cui Tognazzi duettava impagabilmente con Totò.

Anatra all’arancia 1975

Ancora: nel film L’anatra all’arancia, commedia del 1975 diretta da Luciano Salce, l’attore finge di aver preparato il piatto che dà il titolo al lungometraggio e all’omonimo lavoro teatrale di William Douglas-Home e Marc-Gilbert Sauvajon da cui è tratto e di avere introdotto un ingrediente nuovo, l’afrodisiaco (e inesistente) piticarmo della Polinesia.

Due anni dopo Tognazzi dette vita a un altro grande duetto al fianco di Vittorio Gassman. Il film era I nuovi mostri, del 1977. L’episodio, diretto da Ettore Scola, era Hostaria e il nostro attore vi impersonava un cuoco protagonista di una mega litigata con il cameriere Gassando, nel corso della quale, in cucina, i due si tiravano dietro di tutto e devastavano ogni pietanza in preparazione, per poi rappacificarsi e servire con pietanze ormai igienicamente sconsigliabilissime gli ignari commensali!

E poi ci sono i libri…

Com’è facile immaginare, Ugo Tognazzi è stato anche uno scrittore di gastronomia e cucina. Fra i suoi articoli e libri, ricordiamo L’abbuffone: storie da ridere e ricette da morire, del 1974, narrazioni delle riunioni conviviali nella sua casa di Velletri,. Un libro nato un po’ anche sulla scia del grande successo internazionale della Grande abbuffata, uscito al cinema l’anno prima. Del 1978 è il preziosissimo Il Rigettario. Fatti misfatti e menu’ disegnati al pennarello  Segue, nel 1983, La mia cucina, ovvero 126 ricette di cucina scritte “a pennarello” da Ugo Tognazzi, commentate e associate a preziosi vini da Antonio Piccinardi. Piccinardi che torna come curatore in Afrodite in cucina, del 1984, accompagnato dagli stupendi disegni di Guido Crepax.