Spiagge libere quasi inesistenti nel Belpaese. Un dossier  Legambiente sottolinea che gli altri fanno sicuramente meglio di noi.

L’Unione Europea ci multa ma noi andiamo avanti. Allora? Rassegnamoci a pagare lettino ed ombrellone.

 

Spiagge. Sabbia fine e grossolana, certe volte di piccoli sassi che solleticano la pianta del piede, la spiaggia è l’ambiente più piacevole su cui passare parte delle nostre vacanze e, se non per tutti, almeno per molti.
Nel nostro paese sono ottomila i chilometri di costa, isole (maggiori e minori) comprese, ma in estate trovare una spiaggia libera cioè senza attrezzature a pagamento è una vera impresa. Questo perchè nel Belpaese come lo definiva Dante («Del bel paese là dove ’l sì sona», Inf. XXXIII, 80) le spiagge sono un bel business e non per lo Stato.spiaggia cecina

Circa il 60 % delle spiagge infatti è dato in concessione demaniale. E l’andamento è in continuo aumento: 52.619 le concessioni demaniali marittime con 19,2 milioni di metri quadri di lidi sottratti alla libera fruizione (dati Legamebiente) che si trovano spesso vicino a foci di fiumi o su tratti di costa dove la balneazione è vietata per presenza di fognature. Quindi poche spiagge libere e in punti non sempre meravigliosi.

Legambiente ha raccolto nel dossier “Le spiagge sono di tutti!”  denunciando che la privatizzazione esasperata delle coste italiane registra anche canoni bassissimi a fronte di coste per gli utenti finali, cioè i bagnanti, altissimi.
La situazione in alcune aree è drammatica con comuni dove il 90% delle spiagge sabbiose è dato in concessione. Così da nord a sud la situazione per chi non desidera spendere cifre altissime solo per fare un bagno in mare è difficile. A Rimini troverete solo il 10% di spiaggia non attrezzata, a Bacoli in Campagnia si arriva appena al 2%, mentre al Forte dei Marmi in Toscana 100 stabilimenti balneari sono raggruppati in 5 km di costa!

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Eppure le leggi ci sono e quasi  tutte le regioni si sono (almeno sulla carta) dotate di percentuali di libere spiagge adeguate. Ma ci sono anche esempi virtuosi come in Puglia che con la Legge regionale 17/2006 ha fissato una percentuale di spiagge libere maggiore (60%) rispetto a quelle da poter dare in concessione (40%). La Sardegna che ha approvato delle “Linee guida per la predisposizione del Piano di utilizzo dei litorali” che definisce criteri in relazione alla natura e alla morfologia della spiaggia e stabiliscono un minimo del 60% di spiaggia libera, che nei litorali integri deve raggiungere l’80%. Il Lazio che ha fissato al 50% la percentuale di costa da lasciare libera e dove i Comuni non in regola non potranno più rilasciare nuove concessioni.
Fanalino di coda Toscana, Basilicata, Sicilia, Friuli Venezia Giulia e Veneto dove non c’è nessuna norma che limiti le concessioni.

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Così spesso per accedere al mare si deve passare in strette lingue di spiaggia strizzate tra gli stabilimenti, guardati male da chi ha deciso di spendere per poter usufruire di lettino, sdraio e ombrellone e spiaggia pulita.
Le concessioni sono non sono poi un guadagno enorme per lo Stato italiano, nel 2016 ha incassato poco più di 103 milioni di euro dalle concessioni a fronte di un giro di affari stimato da Nomisma di 15 miliardi di euro annui. E nonostante che l’Unione Europea nel 2009 abbia avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia, chiedendo la messa a gara delle concessioni visto che la Direttiva Bolkestein del 2006 prevede la possibilità, anche per operatori di altri Paesi dell’Ue, di partecipare ai bandi pubblici per l’assegnazione, l’Italia ha disposto la proroga automatica delle concessioni fino al 31 dicembre 2020. Proroga bocciata dalla Corte di Giustizia UE l’ha bocciata con una sentenza del luglio del 2016.

Un’altra cosa interessante che si legge sul dossier di Legambiente è il confronto con gli altri paesi europei che fanno delle percentuali di concessione, di controllo e costruzione una materia seria. Un esempio su tutte la Croazia dove non si può costruire se non oltre 1 km dalla costa ritenuta area di alto valore naturale, storico e culturale.

Ma quanta strada deve ancora fare questo nostro benedetto paese?tramonto-castiglion-della-Pescaia

Roberta Capanni

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